La custodia cautelare al cospetto della ragionevole durata del processo – premessa della tesi

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Ad uno sguardo poco attento, privo, come il mio, dei necessari strumenti per guardare dall’interno il processo penale, parrebbe ovvio additare le norme del nostro codice di procedura come le prime responsabili dell’indecenza che caratterizza la giustizia italiana, i suoi lunghi tempi. Gran parte del “merito”, è vero, bisogna riconoscerglielo. Ma l’analisi risulterebbe viziata da un peccato originale, se muovesse da una prospettiva così angusta: basti pensare all’organizzazione dei tribunali, delle cancellerie e delle procure; alle assai modeste risorse assegnate e al loro sperpero; all’inflazione della domanda penale e alla congestione della giustizia civile. Non appare affatto azzardato allargare l’orizzonte all’intero sistema giustizia; al contrario, una riflessione che non voglia essere tacciata di superficialità, dovrà saper cogliere i limiti della risposta del diritto ed accogliere rispettosamente le istanze degli operatori e dei tecnici dell’organizzazione.

Non volendo e, soprattutto, non potendo offrire una così articolata analisi, mi preme sottolineare l’assoluta parzialità di ciò che andremo a dire; ma non per questo sarà meno interessante percorrere la strada che dai principi conduce alle norme: dalla gestazione della ragionevole durata del processo ai limiti della custodia cautelare.

L’urgenza del problema della durata del processo penale rileva in almeno due prospettive. La prima, di più immediata lettura, riguarda l’accusato: “Il semplice inizio e tanto più lo svolgimento del processo penale cagionano sofferenze”. La seconda, più articolata, colpisce la società. Le numerose condanne dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la durata eccessiva dei processi lambiscono il processo penale, essendo la gran parte rivolta alla giurisdizione civile: ciò non sorprenderà il lettore più accorto. L’obiettivo della prescrizione sfuma l’interesse per l’imputato ad un ricorso a Strasburgo ed accentua il danno per la società. La nobile sanzione della prescrizione incombe sull’intero ordinamento proteggendo il cittadino da una giustizia tardiva o lenta; tuttavia, essa rappresenta il principale campanello di allarme per il sistema: da un lato, perché un processo che arrivi a dichiararla avrà sicuramente avuto tempi non ragionevoli; dall’altro, perché saranno state disattese le aspettative della vittima del reato e della società, avendo lucrato la prescrizione chi, in ipotesi, avrebbe potuto legittimamente subire una condanna.

Se oggi, a causa dell’ingente numero di processi chiusi per prescrizione, il Capo della Polizia arriva a denunciare alle Camere la vergogna e la frustrazione di uno Stato che vive in una situazione di “indulto quotidiano”, non abbiamo più tempo per girare intorno al problema della durata dei processi: occorre affrontarlo in un’ottica organica che miri a razionalizzare l’intero sistema Giustizia per assicurare a ciascuno il Giusto Processo.

Concludendo, appare evidente che la situazione diventi drammatica qualora l’accusato si trovi in vinculis. L’art. 13 comma 5 della Costituzione non gli garantisce un processo in tempi ragionevoli, ma il riacquisto della libertà, se venissero superati i limiti massimi di carcerazione preventiva stabiliti dalla legge. D’altra parte, avendo costituzionalizzato il principio della ragionevole durata del processo, non parrebbe incongruo introdurre degli istituti acceleratori volti a creare delle corsie preferenziali per i procedimenti con indagati/imputati detenuti. Oltre ad un minor sacrificio per la libertà personale, in ossequio all’art. 27 comma 2 della Costituzione, ci si metterebbe al riparo dalla sconfitta rappresentata della scarcerazione per la consumazione dei termini di custodia, pur essendo ancora sussistenti i presupposti applicativi della cautela.

G. V.

Brano tratto dalla Premessa della Tesi di Laurea Specialistica discussa il 10 ottobre 2008 a Pisa.