La custodia cautelare al cospetto della ragionevole durata del processo – estratto della tesi

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Affrontare il problema della proroga e della sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare metta a nudo i limiti del nostro processo, in cui il fattore temporale risulta una variabile indipendente.

Questi istituti, pur rispondendo a chiare esigenze pratiche, volte ad evitare il rischio di scarcerazioni per decorrenza dei termini, appaiono come un aggiramento dello sbarramento costituito dal comma 5° dell’art. 13 cost. : pur facendo salva la riserva di legge espressa dalla norma su menzionata, piegano ad esigenze contingenti il protrarsi della limitazione della libertà personale.

Tuttavia, per verificare se ciò possa risultare soddisfacente anche sotto il punto di vista della ragionevolezza, dobbiamo rivolgere lo sguardo anche agli insegnamenti della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, attenta a valutare la durata della cautela rispetto alle esigenze del singolo processo.

Ma il problema risulta di respiro più ampio.

Paradossalmente, questa apertura verso la flessibilità conduce l’ordinamento in direzione opposta rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare vagliando le esperienze di chi abbia accolto pienamente un modello flessibile.

La Corte, affermando per ogni persona detenuta ante-judicium il diritto ad essere giudicata in tempi ragionevoli o ad essere rimessa in libertà durante la procedura, sposa un sistema di termini flessibile che riesce a bilanciare interesse pubblico e diritto alla libertà personale, ma tendendo alla minimizzazione del sacrificio per l’ habeas corpus.

In questo senso, fatto salvo il diritto di difesa, si può comprendere l’esigenza di scoraggiare strategia dilatorie, ma, da contro, è necessario valorizzare adeguatamente il contraddittorio sui presupposti e sulle esigenze cautelari, in maniera da rendere continuo il controllo sulla necessità del protrarsi della misura.

Di fatti, gli stessi giudici di Strasburgo hanno sottolineato la necessità di andare oltre la semplice durata della cautela: questa risulterebbe un elemento muto, se decontestualizzato dalla concreta e periodica verifica dei fondamenti del provvedimento cautelare.

Ma ciò servirà a poco se l’intero segmento processuale non verrà ricondotto ad una ragionevole durata, come ha ricordato la Corte costituzionale nell’ordinanza n. 50 del 2000, in cui ha dichiarato inammissibile una richiesta di referendum abrogativo che intendeva ridimensionare significativamente la durata della custodia cautelare.

Con il provvedimento licenziato dal governo nel luglio scorso si è introdotto, tra gli altri, un ulteriore ipotesi di giudizio immediato, che potremmo definire custodiale, dal momento che, nelle intenzione dei proponenti, questo dovrà risultare il modo normale di procedere nei confronti degli indagati in vinculis.

Ad un primo sguardo, la novità sembra rispondere alla necessità di accordare una diligenza particolare a questo tipo di processi, richiesta fin dal ’68 dai giudici della Corte di Strasburgo nella sentenza Wemhoff.

Ma, a ben vedere, l’intreccio tra il procedimento e l’incidente cautelare riserva non pochi momenti di possibile stallo: si pensi all’ipotesi in cui la Cassazione annullasse, per insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, il provvedimento cautelare alla base della doverosa scelta di giudizio immediato. Come noto, in questo caso, l’art. 405 co. 1 bis impone di procedere all’archiviazione, ma ormai, in ipotesi, si sarebbe già disposto il giudizio.

Per superare questa empasse occorre un’interpretazione del nuovo co. 1 ter dell’art. 453 in grado di sciogliere il riferimento alla definizione del procedimento di cui all’art. 309, prima del quale non è possibile formulare la richiesta di giudizio immediato.

Per evitare la paradossale ipotesi che prima abbiamo evidenziato, è necessario interpretare il riferimento alla definizione del procedimento di riesame inglobando anche l’eventuale ricorso in cassazione ex art. 311.

Ma, in questo modo, inevitabilmente si dilaterebbero i tempi morti, rendendo problematica la possibilità di accedere al rito nel termine di 180 giorni dall’esecuzione della misura.

In definitiva, la parzialità dell’intervento mostra tutti i suoi limiti.

Andando più a fondo, possiamo scorgere le finalità che sorreggono l’intervento normativo: ciò che si vorrebbe delineare è un modello di pratica professionale virtuosa che imponga al Pubblico ministero di consolidare l’impianto probatorio prima di richiedere la custodia dell’indagato.

Inoltre, più pragmaticamente, in questo modo, si potrebbero scaricare sul giudizio i termini di fase risparmiati durante le indagini, allontanando il pericolo di scarcerazioni per decorrenza dei termini.

Il sistema delineato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, parallelamente a quanto espresso nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, configura per ogni soggetto legalmente detenuto il diritto ad essere giudicato in un tempo ragionevole o ad essere rimesso in libertà durante la procedura.

Tuttavia, è doverosa una precisazione: la Convenzione fa valere la presunzione d’innocenza solo fino a che la colpevolezza non sia stata legalmente accertata, quindi i giudici della Corte di Strasburgo valuteranno ex art. 5 la durata della custodia solo fino alla pronuncia di primo grado. Ciò salvaguarda gli ordinamenti più liberali che accordano più gradi di giudizio, allontanando il momento del passaggio in giudicato della sentenza.

Come insegna la giurisprudenza, occorre sottolineare la centralità della ricerca della ragionevolezza attraverso una rigorosa disciplina dei presupposti alla base del provvedimento cautelare: come abbiamo già ricordato, la durata della carcerazione risulta un elemento muto se decontestualizzato rispetto alle vicende del singolo processo.

Per valutare se la limitazione della libertà personale possa risultare ragionevole i giudici cercano di ricostruire la vicenda processuale analizzando i fattori che possono incidere sul protrarsi della cautela: in particolare vagliano se la durata della detenzione sia proporzionale alla natura del reato e alla pena irrogabile, se la complessità della causa e la condotta dell’attività d’indagine, nonché il comportamento dell’autorità giudiziaria nel valutare le istanze di liberazione abbiano indebitamente inciso sulla limitazione della libertà personale; inoltre analizzano la condotta dell’imputato e la sussistenza di una effettiva necessità di interesse pubblico che possa prevalere sul rispetto della salvaguardia della libertà personale.

Inoltre, nelle pronunce degli ultimi anni, la corte ha dichiarato il dovere delle autorità procedenti di provvedere d’ufficio alla periodica valutazione di alternative alla detenzione provvisoria, dal momento che i gravi sospetti in capo ad una persona, seppur idonei a fondare l’applicazione iniziale della custodia, possono non risultare sufficienti a motivarne il mantenimento con il passare del tempo.